La guerra di Siena.

Corro, le stradine sono aggrovigliate, vanno su e vanno giù. Sento i tamburi, rullano che fanno paura, è l’incessante pressione sui combattenti. Da qualche parte sta cominciando l’attacco. Dietro o davanti, mi troverò nel mezzo della battaglia e dalla parte sbagliata. Mi sono perso, non ho il tempo di capire dove mi trovo, sento le urla e i tamburi che si avvicinano. I portoni sono chiusi, non posso chiedere soccorso a nessuno, ma poi sono un forestiero, un nemico per tutti. Vedo le bandiere azzurre e bianche appese alle finestre. Sì, sono dalla parte sbagliata. Sbucherà un drappello e sarò fatto prigioniero. Anzi mi uccideranno subito. No, forse prima mi tortureranno per farmi parlare. Eccoli, ne vedo alcuni con le sciarpe azzurre e bianche, sono finito. Vado avanti, cammino, faccio finta di niente. Non mi guardano, urlano rivolti al drappello con i tamburi. Tutti vanno avanti, praticamente li ho presi alle spalle. Mi immischio alla folla, nessuno fa caso alla mia presenza. Sono forestiero ma a nessuno importa. Ci sono pure dei bambini. Pure loro in guerra? Non c’è tempo per questi dubbi esistenziali, devo ritornare dai miei. Seguo la colonna vociante, ma appena posso mi imbuco in una traversa. Ecco, c’è una gradinata. Scendo e giro a sinistra, devo andare verso nord. Nessuno mi segue, non mi hanno riconosciuto. Erano troppo esaltati. Il mio cuore adesso batte fortissimo, forse vuole scoppiare, adesso. Non ho tempo per morire mi devo salvare. Praticamente corro e non è la cosa giusta da fare, ma non controllo più le mie gambe. Vedo una bandiera arancione, sono di nuovo nella contrada giusta. Adesso incontrerò una pattuglia. Mi devo fare riconoscere, sono sempre un forestiero io. Adesso le urla si fanno vicine, anche qui sento i tamburi, sento cantare. Si stanno preparando all’attacco. Posso aiutarli, so da dove prendere la contrada nemica di sorpresa. Arrivo verso il fiume di guerriglieri, anche qui donne e bambini. Questa guerra non risparmia nessuno. Una vecchina mi sorride, sembra felice di morire combattendo. Ci dirigiamo verso la parte sbagliata, lo dico ai miei vicini. Mi guardano e cantano, mi dicono di cantare. Non so le parole, ma non posso pensare che si va alla guerra così, ci sarà qualcuno che comanda. Lo cerco, gli spiegherò da dove attaccare. Vado avanti, imbocchiamo una piazzetta. È tutto una grande e lunga tavolata, non capisco. Il corteo entra dentro una chiesa. Ma cosa fanno? Si faranno benedire prima di morire, chissà? Una parte rimane fuori, canta, adesso c’è pure una banda musicale. La gente si siede, qualcuno gira con dei vassoi con bottiglioni di vino. Servono ai tavoli, portano il pane. Si mangia e si beve. Mi siedo, accanto a me cantano. Canto anch’io è l’inno della contrada, non capisco le parole, capisco solo “arancione la la la” e ripeto. Ridono e urlano. Provo a dire a quello che mi sembra un bravo soldato, un veterano, che potremmo attaccare la contrada degli azzurri alle spalle. Mi guarda, mi sorride, forse ha capito che faccio sul serio. Si alza, va a parlare con uno tutto solo vestito di nero, forse uno dei capi. Torna con un piatto in mano. Totani, totani fritti. Mangia, mi dice e mi riempe il bicchiere. Non capisco, forse vogliono capire chi sono. Potrei essere una spia, come ho fatto a non pensarci? Mi offrono ancora da bere, io continuo a parlare del nemico, di come sono passato inosservato e incolume. Beviamo e ridiamo, cantiamo. Sono contento, respiro un’atmosfera di serenità. Una strana sensazione di gioia. Oramai, siamo tutti ubriachi, ci si alza per andare a pisciare nel vicoletto, tutti barcollano e la banda continua a suonare. Io sono a pezzi, voglio dormire. Chiedo ospitalità, forse dormiamo in piazza, non so. Mi hanno indicato una locanda per i forestieri. Mi avvio, si avvicina il veterano, mi abbraccia. Mi chiede se i totani erano buoni, buonissimi dico io. La guerra dalle nostre parti la facciamo così, mi dice. Bel modo di fare la guerra, gli rispondo. E le armi? Gli chiedo, prima di andare via. Quali armi, mi fa lui. I totani dico io. Ride, e vado via.

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