L’onda lunga del fumetto fino a quando durerà?

A leggere le tante interviste o articoli sui giornali generalisti sembra che questo, già da un bel po’, sia un gran momento per il fumetto, anzi per essere alla moda, della graphic novel (un modo per dire fumetto senza usare la parola fumetto che a molti fa pensare a prodotti di sottocultura). Eppure l’editoria del fumetto non ha beneficiato in modo tanto evidente di quest’onda lunga di comunicazione ed interesse. Come mai? Sono i prodotti non all’altezza del grande pubblico? Una distribuzione non all’altezza delle nuove esigenze? La crisi economica che ha inficiato questa ventata di interesse? Le cause possono essere molteplici e sicuramente lo sono. A me viene da pensare ad una in modo particolare: l’editoria del fumetto è affetto da sindrome da riserva indiana. Si muove solo all’interno di un circuito conosciuto e ben collaudato del proprio mondo e le fiere di settore più che un’occasione di confronto diventano l’unico momento di apertura verso l’esterno. Quindi con il rischio di sprecare l’opportunità di cogliere l’attenzione mediatica mai avuta nel passato. Altre mie considerazioni sul tema le trovate scommettere sul fumettoi e Ipad e fumetto o Icomics. La grande prateria di lettori potenzialmente interessati a leggere fumetti è immensa. Giddap giddap!

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9 risposte a “L’onda lunga del fumetto fino a quando durerà?

  1. Ciao Marco, conosci a “tal proposito” il lavoro di Michael Baers?
    http://www.e-flux.com/journal/view/47
    A parte questa curiosità (so che ci sono moltri altri autori attivi in tal senso…) credo che questa definizione, come tu dici, “di moda”… possa intendersi nel senso di una collocazione particolare della disciplina, un pò come certe declinazioni di teatro che avvertono il bisogno di ricollocare il proprio fare in un’ottica di responsabilità civile.
    Forse è necessario a spostare il pubblico da una conoscenza del fumetto avvenuta in età giovanile e quindi associata ad una forma espressiva “immatura”. Magari fra qualche anno si capirà che è, in fondo, un linguaggio. E forse servirà a far uscire il fumetto dal suo ghetto (per qualcuno scommetto anche autocostruito e orgogliosamente difeso) per liberarlo, anche qui in Italia, attraverso una seconda vita (più ibrida?) in cooperazione con altri ambiti. In architettura, design e arte pubblica ne ho visti degli esempi proprio per superare un vuoto che si era edificato tra i progettisti e il loro pubblico. Curioso no? Il fumetto-ghetto che fa da connettore per altre pratiche che soffrivano di autoisolamento!

    • Ciao Diego, grazie per la segnalazione non conosco questo Michael Bears, me lo guarderò con attenzione. Mi piace l’idea di una ricollocazione del fumetto, magari in collaborazione con altri ambiti. Mi sembra una necessità quella di uscire dal ghetto, come dici tu, a volte difeso a tutti i costi. Per quanto riguarda l’uso da parte di giornalisti o esperti della denominazione graphic novel per dire fumetto credo sia frutto di un senso di inferiorità culturale attribuito al fumetto. Questo uso genera confusione. Una volta mi è stato chiesto da una persona se il mio libro fosse un fumetto o una graphic novel. Domanda alla quale non ho saputo rispondere. Però se usare graphic novel può aiutare a veicolare meglio l’idea che il fumetto è un linguaggio, non mi opporrò.

      • Scusami ma ho generato confusione con quella definizione “di moda” nel mio post. Io volevo sottolineare che adesso per molti è preferibile usare “graphic novel” al posto di “romanzo a fumetti” perché sembra più importante. Il fumetto può essere breve, brevissimo ed essere di grande impatto, anzi non è affatto semplice riuscire a condensare quello che si vuole dire in poche vignette. Basta che prendiamo le strisce di Charlie Brown per esempio. Al di la delle parole che vengono usate per chiamare il fumetto, è evidente che se ne sta parlando tanto. Eppure non sembra che l’editoria ne tragga beneficio. Poi mi piace quello che hai scritto a proposito di ricollocazione del fumetto. Forse è proprio da questo che dovremmo partire. 

  2. Sì una curiosa domanda, immagino…
    Il tuo libro è sicuramente tutte e due le cose quindi, se si intende la graphic novel una storia lunga, impegnata e “adulta”, raccontata attraverso il fumetto.
    Francamente ho ricevuto gran botte anche da storie brevi… come se un cortometraggio animato non potesse avere la stessa potenza di un lungo con attori. O un quadro rispetto ad una serie.
    Vabbè, la profondità di dettagli che puoi raccontare è quasi sicuramente inferiore, ma la libertà intuitiva dello spettatore cresce. Equilibri diversi.
    Ma in fondo, ti dò ragione… chi se ne frega quando la domanda migliore da farsi sarebbe: “ora che l’ho visto/letto, mi sento quello di prima”?

  3. Potremmo proporre qualche interessante trasversalità ai BilBOlbulesi…

  4. guardà un pò, pochi giorni fa avevo parlato anche sul mio blog di queste questioni … ^___^

  5. @Diego mi sembra interessante, bisognerebbe capire come declinare l’idea.
    @Giovanni si vede che siamo in piena sintonia 🙂 adesso mi vado a leggere il tuo post.

  6. Per quello che vale sono d’accordo, ora si tratta di convincere gli editori. Il persuasivo Tex Willer sarebbe d’aiuto 🙂

  7. Non da solo, ma insieme al suo compagno d’avventura Kit Carson e il caro figlioletto. 😛

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