Crossmedialità ed editoria

Più volte ho parlato di editoria e della sua trasformazione con il  web, ho dedicato una sezione proprio a questo.
in questo caso vi presento un video molto interessante che parla di crossmedialità. Un concetto molto importante per chi è interessato allo sviluppo della nuova editoria.
Infatti con crossmedialità s’intende l’interazione tra i diversi media e questo avviene soprattutto grazie al digitale che è capace di metterli in relazione.
Nel video Edoardo Fleischner, docente di Nuovi media e comunicazione, spiega come la crossmedialità dei nuovi media rende necessaria un’attenta pianificazione di qualsiasi contenuto editoriale.
Questa pianificazione precede la consapevolezza che un nuovo prodotto editoriale deve essere immaginato per essere distribuito attraverso diverse vie. Dal web, dai smartphone, televisione tradizionale o la carta stampata. Tutto ciò deve essere progettato con la consapevolezza che queste piattaforme utilizzano format e linguaggi diversi, da far convergere in un unico contenuto.
Il nuovo editore deve immaginare al prodotto non più con un unico format ma pianificarlo per i diversi format e i diversi linguaggi.

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10 risposte a “Crossmedialità ed editoria

  1. “Il nuovo editore deve immaginare al prodotto non più con un unico format ma pianificarlo per i diversi format e i diversi linguaggi.”

    Anche il nuovo autore!
    Besos!
    c.

  2. D’accordissimo, anche l’autore!

  3. In pratica tutto sarà in mano ai tecnocrati e alle applicazioni… mi pare una visione un pochino estrema. Capisco guardare avanti, ma qua mi pare che si voglia imporre con la forza una maniera che sia quella. E solo quella. Bah! Rimango perplesso.

    • Non è una questione di tecnica, parlare di media, di format diversi e di linguaggi vuol dire parlare di estetica della comunicazione, dell’arte ecc ecc. Oggi gli autori sono imbrigliato in format non praticabili e frustranti. Si scrive e si disegna sperando di diventare un Camilleri o un Pratt. Non è più tempo per quel tipo di autorialità. Oggi le possibilità per gli autori aumentano, bisogna inventare nuovi modi di esserlo. Il pensiero collettivo aiuta molto.

  4. Uhm… Sono d’accordo ma voglio essere provocatorio: credo che finalmente – grazie alle nuove tecnologie – in Europa, e soprattutto in Italia, ci stiamo rendendo conto di qualcosa che altrove (leggi USA) sanno benissimo da almeno cento anni. Insomma, il fumetto era nato da pochi annetti e già esportava i suoi “concept” sulla celluloide e poi, sia comics, sia cinema, pescavano a pieni mani dai pulp magazine che, a loro volta nascevano dalle dime novels, dalle ballate popolari… La transmedialità è connaturata a una dimensione industriale, e seriale, delle forme espressive.
    Purtroppo, il problema è che in Italia ci hanno abituato a tagliare con l’accetta il confine tra “il basso” vs “l’alto”, tra “il popolare” vs “l’autoriale”, e queste distinzioni di genere e linguaggio, troppo spesso sono state propagandate automaticamente come gerarchie di valore e qualità. Per cui, alla fine, si è perso di vista che una buona storia è una buona storia, qualunque sia il mezzo utilizzato per raccontarla . Che le regole di buon funzionamento narrativo sono di fondo le stesse, indipendentemente dal medium in cui fabbrico il racconto.
    Se si riconosce questa semplice “verità” espressiva, ci si rende conto che la transmedialità non rappresenta la dittatura della tecnologia sulla creatività,ma semmai l’opposto. L’evoluzione dei media può offrire l’opportunità a un autore di raggiungere pubblici diversi, di sperimentare soluzioni comunicative magari inedite, senza rinunciare a una propria sensibilità o a una propria poetica, ma anzi potendo continuamente rilanciarle.
    (Scusami Marco per “l’abuso di spazio” :))

  5. Il problema sta nel fatto, credo, che la transmedialità implica un accesso alle piattaforme digitali, tramite un linguaggio che sia compatibile con ogni formato. Ergo, anche a livello contenutistico. Per cui chi controlla le piattaforme decide cosa e come passare. Questo passaggio non mi è chiaro. Cioè, come autore non è che posso prevedere a priori ogni possibile sviluppo “linguistico” della mia opera. Non so se mi sono spiegato. Faccio un esempio concreto: la versione digitale di un paio di miei fumetti presenta alcune vignette modificate per soddisfare i criteri di policy dello store. Ok, è stato un compromesso per cercare di raggiungere un pubblico nuovo. Ma quando vedo quei passaggi modificati mi sento mortificato. E penso che pure l’opera risulti diminuita. Se questo è il futuro della transmedialità inizio a collezionare francobolli! Ditemi che sbaglio per favore.

    • Te lo dico io, sbagli! 🙂
      Nel caso che hai riportato tu le modificazioni sono state indotte dall’esigenza di policy dello store che il tuo editore ha ritenuto fondamentale accettare per poter essere presente. In quel caso, se ho capito l’esempio, non è un problema di format o di linguaggio del media, ma un problema di punti di vista politico, in senso lato, che ha scelto uno store come quello dell’apple.
      Probabilmente in un altro store questo problema non si pone. l’idea che per raggiungere pubblici nuovi si associa ad annacquamento dei contenuti andava bene e neanche tanto per la TV, ma non per il web. Quindi all’autore si chiede di fare l’autore al 100% e di essere visionario. Poi è l’editore che deve saper veicolare attraverso diversi media e con diversi format il contenuto.

  6. Pingback: Fumetti e futuro, o forse passato prossimo

  7. mmmm…. questo mi rassicura. Vorrà dire che varrà quanto diceva Darwin, ovvero che sopravviverà non il più forte, non il più intelligente ma quello che meglio saprà adattarsi al cambiamento. In bocca al lupo a tutti!

  8. Scusate l’osservazione, ma tutto questo io e molti altri “tecnocrati”, come me, lo sanno dagli anni ’90.

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